Raffigurare, un'introduzione (2)
Slegare - legare (- slegare?): karate kid tra i Covoni a Giverny
Proviamo a riprendere da dove ci eravamo interrotti nel precedente articolo, e cerchiamo ci avvicinarci a immaginare il lavoro della Raffigurabilità appoggiandoci ad alcune storie.
Negli stessi anni in cui Freud scriveva l’Interpretazione dei Sogni, Claude Monet acquistava un terreno a Giverny, adiacente alla sua casa, faceva deviare un ramo della Senna e costruiva i suoi stagni di ninfee. Per trent’anni dipinse quelle piante, un’ossessione che fece tutt’uno con il prendersi cura del parco che aveva costruito e nel quale passava la maggior parte del suo tempo.
Mentre la vista del pittore andava via via deteriorandosi, gli spazi e gli oggetti rappresentati perdevano profondità e perdevano i riferimenti riconoscibili sulla tela – il cielo, il piano del suolo, i confini e le direzioni – spogliando progressivamente l’opera dal legame con l’oggetto reale che rappresentavano. Solo forme, colori, elementi slegati e poi ricomposti nella mente dell’artista in qualche cosa di nuovo, ma con il loro nome antico, Nympheas. Nella lunga ricerca artistica per rappresentare “il niente”, la realtà aveva dovuto subire un lungo processo di dis-integrazione, fatta di esposizione quotidiana al medesimo paesaggio e favorita dal passaggio dall’en plein air impressionistico allo studio indoor.
Dalla percezione alla memoria. Dal visibile divenuto quasi insignificante alle tracce dense d’affetto da ricomporre per mettere insieme qualche cosa di nuovo.
Per rappresentare qualcosa, la realtà deve attraversare un processo di disintegrazione e ricomposizione.
L’immagine non è copia dell’oggetto: come ci dicono anche le neuroscienze, è il risultato di un lavoro.
Un processo molto più rapido ebbe luogo in Vasili Kandinskij quando, di fronte ai “Covoni” di Monet, visse l’esperienza straniante di non riconoscere l’oggetto del quadro. Da quel momento di smarrimento, di perturbamento, si sviluppò tutto lo studio che lo condusse alla forma astratta, al tentativo di svincolarsi dall’oggetto, di farne a meno.
Tra il fuori e il dentro, tra attività e passività, tra presenza e assenza, tra slegamento e legamento, si colloca l’immagine: una frontiera mobile, un mediatore.
Anche qui l’immagine, per noi che non siamo storici dell’arte, rappresenta un pretesto, un appoggio al quale attribuiamo un valore affettivo e un’importanza che – e questo è il QUID che ci mette in più la psicoanalisi – in qualche modo prende contatto con il nostro mondo interno e racconta un concetto “proprio come lo racconteremmo noi”, per chi siamo, per come siamo fatti, per come è fatto il nostro apparato per pensare i pensieri, individuale e di gruppo, di comunità.
Sì, perché esistono anche i sogni di gruppo, e quelli in gioco nella riattivazione della Centrale ne sono prova! L’immagine del sogno è un tentativo molto personale di resa in figura, ma è anche il massimo che possiamo permetterci di percepire senza che il dispositivo salti e la persona si svegli angosciata, o come nel caso di Kandinskij si trovi a vivere nella veglia un senso di intenso straniamento. Possiamo pensare quindi che l’immagine emerga da un lavoro che la presenta deforma, mettendo su di essa un sacco di cose, condensando e magari spostando il bersaglio… e nonostante ciò, prende comunque contatto con “la cosa”, cerca di metterla in figura nonostante le mille peripezie alla quale va incontro…