Una questione di naso: mente e corpo in un “bottone”

Il nostro cervello ospita circa cento miliardi di neuroni, insieme a molte altre cellule indispensabili al loro funzionamento. È da questa straordinaria complessità che prendono forma la nostra fisiologia, la vita psichica e le relazioni con gli altri. Eppure, nonostante decenni di ricerca e importanti innovazioni tecnologiche, molti dei meccanismi biologici alla base delle malattie mentali restano ancora in gran parte sconosciuti.
Uno dei principali ostacoli allo studio del cervello umano è sempre stato l’accesso diretto ai suoi tessuti: mentre i modelli animali e l’analisi di cervelli post-mortem hanno fornito contributi preziosi, la possibilità di osservare cellule nervose umane vive è rimasta a lungo molto limitata. Le tecnologie più avanzate, come i modelli cellulari umani “ingegnerizzati”, sono promettenti ma complesse, costose e non prive di difficoltà nella interpretazione dei dati.
Negli ultimi anni si è però aperta una strada di ricerca nuova e sorprendente, che passa… dal naso.
La mucosa olfattiva: una finestra sul cervello
All’interno della cavità nasale si trova la mucosa olfattiva, un tessuto specializzato che ospita i neuroni deputati alla percezione degli odori e cellule progenitrici (cellule staminali) capaci di rigenerarli quando vengono danneggiati o invecchiano. Si tratta di un caso unico nel nostro organismo: neuroni che sono a diretto contatto con l’ambiente esterno e che possono essere raggiunti in modo semplice, rapido e non invasivo.
Questa caratteristica rende la mucosa olfattiva una risorsa preziosa per la ricerca neuroscientifica. I neuroni possono essere osservati direttamente perché le cellule staminali possono essere prelevate, coltivate in laboratorio e studiate nel tempo, permettendo di analizzare i processi cellulari alla base del funzionamento – e dell’eventuale possibilità di malfunzionamento – del sistema nervoso.
È importante sottolineare che la mucosa olfattiva non è un distretto isolato: attraverso il bulbo olfattivo, una struttura a forma di bottone, essa è collegata direttamente al sistema nervoso centrale e a regioni cerebrali fondamentali per funzioni come memoria, emozioni, motivazione e cognizione.
Olfatto e malattia mentale
Non è un caso che uno dei segnali precoci di molte patologie neurodegenerative, come Alzheimer e Parkinson, sia la perdita dell’olfatto (ipo-osmia). Le alterazioni osservate nelle cellule olfattive risultano infatti simili a quelle riscontrabili nel cervello.
Ma l’alterazione dell’olfatto non riguarda solamente le malattie neurologiche: è presente anche in disturbi psichiatrici come certe forme di depressione e la schizofrenia. Questo dato suggerisce che, anche in queste patologie, siano coinvolti meccanismi biologici che interessano direttamente i neuroni del circuito olfattivo, aprendo nuove prospettive di ricerca e comprensione.
Il contributo di Metis Onlus alla ricerca
È in questo ambito che si colloca l’impegno di Metis Onlus, che sostiene attivamente la ricerca scientifica sui meccanismi biologici delle patologie mentali. In questo quadro ha promosso una rete di collaborazione tra servizi sanitari e istituzioni accademiche, coinvolgendo il Dipartimento di Salute Mentale dell’ULSS 8 Berica (diretto dal dott. Leonardo Meneghetti), il Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università di Padova (con il gruppo della prof.ssa Anna Maria Brunati) e il Dipartimento di Neuroscienze e Riabilitazione dell’Università di Ferrara (diretto dal prof. Luigi Grassi).
Dalla ricerca al futuro delle cure
L’attuale linea di ricerca utilizza la mucosa olfattiva come fonte di cellule di derivazione neurale, in particolare cellule staminali, prelevate da persone seguite dal Dipartimento di Salute Mentale dell’ULSS 8 Berica. Il prelievo avviene tramite uno spazzolamento delicato di specifiche aree della cavità nasale: una procedura non invasiva, indolore e a basso costo.
Le cellule così ottenute vengono coltivate in laboratorio e studiate: i risultati preliminari hanno già evidenziato differenze significative, come il fatto che le cellule dei pazienti presentano una crescita più lenta, soprattutto dopo il congelamento, e una ridotta capacità di produrre energia rispetto a quelle dei volontari sani.
Questi primi dati, già pubblicati su riviste scientifiche internazionali, aprono scenari promettenti. Comprendere meglio le anomalie cellulari alla base della schizofrenia potrebbe non solo migliorare la conoscenza dei meccanismi della vulnerabilità alla malattia, ma anche offrire nuove possibilità in ambito diagnostico. Considerando che l’esordio avviene spesso tra l’adolescenza e la prima età adulta e che la patologia tende a essere cronica, l’individuazione precoce di marker biologici potrebbe consentire interventi terapeutici e riabilitativi tempestivi, con benefici sia per le persone coinvolte sia per la collettività.