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Raffigurare, un’introduzione (1)

    Raffigurare, un'introduzione

    Lezioni di guida a Fantàsia

    Ci sono due modi per varcare i confini fra Fantàsia e il mondo degli uomini, un modo giusto e uno sbagliato. Quando le creature di Fantàsia vengono trascinate nell’altro mondo in quella terribile maniera, quello è il modo sbagliato. Ma quando è un figlio dell’uomo a venire da noi, questo è il modo giusto. Tutti i figli dell’uomo che sono venuti fra noi hanno appreso qualcosa che solo qui potevano apprendere e che li ha fatti tornare nel loro mondo profondamente mutati.

    Michael Ende


    Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. 

    Gen, 28, 12

    Figurarsi un ciclo di eventi che hanno per tema un processo psichico — per di più un lavoro inconscio, in questo caso “il lavoro della raffigurabilità” — è un po’ come cercare di fare delle lezioni sul guidare, o sul camminare.
    A scuola guida possono spiegarti molte cose: dove puoi andare, dove no, cosa significa un cartello, come funziona un motore. Tutto utilissimo, ma quando si tratta di mettere le mani sul volante e partire, del lavoro del guidare vero e proprio, non c’è libro o professore che tenga: c’è da farne esperienza. Ovviamente, con un Altro provvisto di mezzi, competente oltreché abilitato.
    Qualcosa di simile accade anche quando si intraprende una psicoterapia o un’analisi: sia che lo si faccia come pazienti, sia che si affianchi a questa esperienza una formazione tecnica, inevitabilmente senza fine.
    E a Vicenza, che succede? Può sembrare curioso che un gruppo di terapeuti, psichiatri e psicologi, decida di uscire dai propri studi per proporre pubblicamente un tema così complesso attraverso talk, laboratori, mostre, esperienze apparentemente poco attinenti al proprio mestiere. Eppure è proprio questo che abbiamo deciso di fare. Non da soli, non ne saremmo capaci, ma all’interno di questa cornice brulicante di vita, con amici locali e “foresti” venuti qui come convocati a dare un nome nuovo all’Infanta Imperatrice.
    Così nel frattempo ricominciamo pure a riabilitare la meravigliosa storia raccontata da Michael Ende, e ci uniamo alle schiere che vogliono de-colonizzare il nome di Atreju.

    Partiamo dal titolo che abbiamo scelto: Raffigurare. È una parola preziosa, soprattutto oggi, una parola che entra nel lessico della psicoanalisi circa centoventicinque anni fa. 

    Si era allora alle soglie del Novecento, e il libro era L’Interpretazione dei sogni, di Sigmund Freud.

    Freud usa il termine Darstellbarkeit, che i francesi tradussero con figurabilité: la figurabilità. La figurabilità è il lavoro che il sogno deve compiere affinché una serie di stimoli — provenienti dall’interno del corpo, dalla memoria, ma anche dal mondo esterno — possa convergere nella formazione di una immagine percepibile, che si presenta a noi che la riceviamo, mentre lasciamo andare il controllo e ci abbandoniamo passivamente al sonno notturno.

    Anche questa, se ci pensiamo bene, è una “presentazione”: una tra le molte immagini di sogno all’interno di una programmazione che si gioca tutta dal vivo, e che mette a tema “i sogni di uno spazio che sta nascendo”. Siamo fermamente convinti che tutti noi qui convenuti alla torre d’avorio stiamo cercando di rilanciare la domanda di un grande psicoanalista, Donald Winnicott. In uno scritto chiamato “L’uso della parola Uso” si chiedeva: Qual è lo stato che viene prima dell’uso (dell’oggetto)? È possibile descrivere non solo la libellula, ma anche il processo della metamorfosi, e anche la crisalide stessa?

    Quello del sogno è prima di tutto un lavoro di messa in immagine.

    Dare forma.

    Rendere percepibile.

    Presentare.

    Dire che Raffigurare è un lavoro implica almeno due cose.

    La prima: che può anche non riuscire. Il sogno può interrompersi, può trasformarsi in incubo, o non riuscire ad avere luogo, lasciando il posto a un’intensità senza figura che ci sveglia – interrompe il sonno – angosciati.

    La seconda: che questo lavoro non riguarda solo i sogni della notte, ma anche quelli della veglia. Fellini diceva “La vita è sogno, il sogno è vita”. Raffigurare riguarda l’intera vita psichica, ed è importante per la nostra identità, individuale e come esseri umani, oltre che il rapporto con la nostra creatività. Quando Philip K. Dick si domandava Do androids dream of Electric Sheep?, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, non era certo solo perché strafatto di qualche psichedelico!

    Raffigurare è il lavoro attraverso cui trasformiamo un magma informe di sensazioni in qualcosa di unitario e percepibile, e lo avviamo sulla strada della pensabilità. E infatti, un magma di sensazioni non è ancora un’immagine! 

    Avviare sulla strada della pensabilità un magma informe di sensazioni par simile a quel lavoro compiuto dai genitori attorno a un neonato (ma potremmo azzardarci a dire dall’ambiente anche prima della nascita), iniziando a dare forma, direzione e significato a tutta la pletora di stimoli nei quali il bambino è immerso. 

    Una cosa da nulla, dunque: è solo l’origine dello psichico

    So… Don’t panic e alla prossima puntata!

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