Raffigurare - un'introduzione (3)
C’è dunque nell’eidolon un effetto d’inganno, di delusione, di «adescamento», apate.
Jean-Pierre Vernant
Viviamo in un’epoca in cui le immagini non mancano. Siamo immersi in una produzione continua di immagini… occupano tutti i canali sensoriali, certo non solo quello visivo. Tuttavia questo non significa affatto che il lavoro di simbolizzazione sia garantito. Un’immagine può essere il risultato di un lavoro di simbolizzazione, oppure può funzionare come un eidolon: immagini che circolano senza attraversare l’esperienza, e che possono diventare feticci.
Se l’immagine non è più il luogo di trasformazione dell’esperienza, ma diventa oggetto di consumo o un oggetto che prende il posto dell’esperienza stessa, allora l’iperproduzione di immaginario rischia di prendere il posto del lavoro di produzione di significato… e di identità, individuale e collettiva.
Come gruppo di lavoro ci siamo chiesti spesso se molte forme di sofferenza, oggi (per quanto “nulla di nuovo sotto il sole”) abbiano a che fare con questo: non il timore di perdere l’altro, ma la difficoltà di abitare se stessi, di riappropriarsi delle cose proprie e rigettate perché impossibili da tenere dentro, di integrarle. E quando ritornano… panico!
Quel panico ha a che fare con il significato; e il significato, come ci ricorda la funzione del genitore e dell’ambiente attorno al bambino nel bagno di stimoli, è funzione di un affetto prima che della ragione, del ragionamento o delle consapevolezze. Oggi il sonno non è tanto quello della ragione (non siamo mai stati così “consapevoli”) ma quello della passione: una sospensione dell’esperienza, più che la sua trasformazione. Molti eventi collettivi recenti (pensiamo alla pandemia, ma anche alle guerre che affliggono questo nostro mondo) fanno intravedere questa dinamica: iper-mostrati, continuamente presentati, non sempre simbolizzati. Come se restassero in noi “depositi senza figura”. Tracce che si sono scritte e che non trovano ancora possibilità di essere riconosciute come proprie.
Vale anche il contrario (ma è poi il contrario?): se ci pensiamo, oggi possiamo anche evitare di vedere, filtrare ciò che ci raggiunge, condizionare un algoritmo perché non intercetti ciò che disturba, persino guerre che si svolgono fuori dalla porte di casa, o dolori espulsi… che però, con le mareggiate, depositano sulle nostre coste il loro ritorno inquietante. Chiedendo di essere riconosciuti, nominati, rappresentati.
Possiamo ottenere simulazioni di relazione, di prestazione, di ascolto, senza che vi sia un corpo coinvolto. Possiamo affezionarci a figure che non esistono, sapendo – più o meno – che non esistono.
Ecco perché “Raffigurare” non è un esercizio estetico, ma un atto terapeutico e un lavoro culturale, che la Centrale – noi crediamo – permette di avviare e di condurre assieme a tantissime altre realtà locali. È un tentativo di riaprire uno spazio in cui la messa in figura attraverso il suono, il gesto, l’immagine e la parola possa tornare a essere luogo di trasformazione, non solo di esposizione.
Abbiamo messo e metteremo assieme piani diversi: la clinica, la cultura, l’arte, la città, questo spazio. E tuttavia, convergono. Convergono nei nostri corpi, che si sono fatti e si faranno presenti, in carne e ossa ed emozioni, quali che siano, mossi da una spinta a “fare figura”, a dare forma. La Centrale, in questo senso, non rappresenta solo un edificio. Può diventare un setting, o meglio un set: è una crisalide. Un luogo in cui immagini, parole, suoni e gesti lavorino insieme, tollerando quella condizione di ricezione passiva, simile al sonno, che permette lo slegamento di ciò che era e la costituzione di nuovi legami
Per l’esperienza, trasformazioni.
“Raffigurare”, allora, è questo: non produrre immagini in più, ma creare assieme le condizioni perché qualcosa dell’esperienza possa trovare una forma condivisa.
