Raffigurare e Sognare
di Elena Stefani
“La verità non sta in un sogno, ma in molti sogni”.
Pasolini, Il fiore delle mille e una notte.
Raccontare del sogno è un’impresa ardua, complessa e che chiede una certa tolleranza all’insaturo e all’incompleto, inteso come il lasciare che qualche cosa rimanga aperto, non detto e inesplorato che, come ci ricorda Freud, affonda nell’ignoto. Il sogno è una narrazione aperta, una metafora viva capace di espandere il dicibile e il pensabile, piuttosto che un enigma da decifrare con codici interpretativi rigidi e ripetibili. Lingiardi nel libro L’ombelico del sogno lo descrive come un oggetto perduto, così fragile che sfugge continuamente al desiderio e ad ogni tentativo di coglierlo e catturarne un significato, un consiglio, una premonizione che possa guidarci nella veglia. Nel film anime giapponese di Makoto Shinkai, Your name, i protagonisti si rincorrono attraverso i sogni nello spazio e nel tempo di diverse epoche per potersi incontrare e dire qual è il proprio nome. Un rincorrersi nel tentativo di trovarsi. Il luogo-tempo, che è quella linea sottile che separa e al contempo unisce il giorno e la notte, il presente e il passato, la presenza e l’assenza, che nell’anime giapponese viene descritta con il termine kataware-doki[1]. La possibilità di sognare e segnare – i protagonisti dell’anime scrivono il nome sul palmo della mano per trattenere-portare dentro il segno – ha a che fare con la possibilità di raffigurare una nuova narrazione che ha avvio dal contatto con un altro da sé. Pontalis, parlando del sogno, lo descrive come la “rappresentazione di un altrove” e il sognatore/sognatrice come colui/colei che incontra un’altra esperienza di sé e che rimanda ad una pluralità, una sorta di mosaico, un frattale, del mondo interno.
Il sogno si configura come luogo privilegiato di accesso al mondo interno, per questo definito da Freud (1899) “la via regia” per l’accesso all’inconscio, configurandosi come spazio psichico in cui i vissuti della veglia possono progressivamente assumere forma e linguaggio favorendo un passaggio dal non rappresentabile alla simbolizzazione. Addentrandoci nella teoria psicoanalitica, non è centrale la ricostruzione, bensì l’alfabetizzazione avvalendosi di un doppio assetto mentale: da un lato, il terapeuta si dispone a lasciarsi invadere dalle immagini e dagli affetti del paziente, in una funzione di rêverie simile a quella materna; dall’altro, è chiamato a mantenere una posizione riflessiva investigativa, capace di differenziare e costruire significati, oscillando tra un pensiero sognante e uno della sveglia, tra “dream-like” e “awake-like thinking” (Riolo, 2023). L’evoluzione più recente del pensiero psicoanalitico ha ulteriormente valorizzato la funzione sognante.
Autori come Ferro (2013) e Grotstein (2007) parlano di “campo onirico” e “dreaming ensemble” per indicare l’attività trasformativa della mente che sogna anche nella veglia, portando avanti la prospettiva bioniana del “pensiero onirico della veglia” che immagina una funzione continua della mente impegnata a trasformare gli stimoli esterni e interni, fisici e mentali in modo da renderli disponibili al pensiero. In questa visione, sogno e inconscio sono legati dallo stesso filo, condividono lo stesso destino: l’uno è la via per l’altro, e il loro intreccio costituisce il cuore stesso del metodo psicoanalitico (Riolo, 2023). Nella rassegna Raffigurare non può, quindi, mancare uno spazio che ospiti l’onirico. La raffigurabilità è, infatti, sostenuta dalla dimensione onirica intesa sia come sogno che come lavoro onirico della veglia. Mancia (2004), riprendendo il lavoro La raffigurabilità psichica di Cesar e Sara Botella (2004), definisce la raffigurabilità come quella “forza sensoriale dell’immagine, rappresentazione pittografica di una fantasia o esperienza, invenzione di un’immagine che entra nel teatro della mente a sostituirsi al vuoto della non-rappresentazione”. Un atto creativo essenziale per il processo e il buon funzionamento del pensiero e della vita psichica.
Ma che succede se si sogna in gruppo? Nel film Inception assistiamo a questo esplorare, perdersi, costruirsi e distruggersi, in un continuo evolversi di mondi e paesaggi onirici dal sapore labirintico che richiama le famose scale di Escher o il più moderno Castello dell’Infinito del manga Demon Slayer. Così il sognare in gruppo è l’esplorazione e la scoperta di quel “assieme”, di quella socialità e universalità che è la matrice e che può essere colta attraverso strumenti come il Social Dreaming. In questo assetto il sogno del singolo è sogno del gruppo, in un gioco di scambio e di associazioni che creano un terreno fertile in cui trovano accoglienza quei pensieri non ancora affiorati a coscienza. È quel frattale moltiplicato e al tempo stesso superato, in cui si contatta quella che Gordon W. Lawrence ha definito matrice. Entrando nel territorio della matrice, spazio mentale che sta al di sotto della superficie della vita gruppale e che costituisce il luogo in cui possono emergere pensieri nuovi e creativi, l’attenzione viene focalizzata su ciò che esiste tra le persone e i pensieri, le fantasie e i sogni, andando oltre l’interpretazione individuale del sogno e delle dinamiche di gruppo.
Quella che si viene a cogliere è la natura sistemica del sognare, a testimonianza che il sognatore non è un’isola con un’ecologia interna a sé stante, ma s’intreccia ad una dimensione collettiva e sociale sognando temi che sono connessi tra loro sistematicamente. Per questo il lavoro nella matrice non è sul sognatore, ma sul sogno e lo strumento principale è quello delle libere associazioni, promuovendo il pensiero laterale e sincrono e sostenendo la capacità di stare nell’incertezza e nel dubbio, la capacità negativa, dei sognatori. Le quattro serate di cineforum e Social Dreaming hanno come obiettivo il creare uno spazio in cui questa matrice possa essere colta e abitata, in un gioco di ricami di sogni che andranno a creare un grande arazzo onirico collettivo che parlerà del “noi” nel momento storico attuale.
I sogni, espressione di ciò che l’inconscio della collettività contiene in un particolare contesto e momento storico, diventeranno porte per comunicare e filo per intrecciare qualche cosa di collettivo e di comune che solitamente sfugge all’osservazione, costituendo un patrimonio collettivo.
BIBLIOGRAFIA
Ferro, A. (2013). Modello onirico della mente. In A. Ferro (a cura di), Psicoanalisi oggi. Roma: Carocci.
Freud, S. (1899). L’interpretazione dei sogni. In Opere di Sigmund Freud (OSF). Torino: Bollati Boringhieri.
Grotstein, J. (2007). Un raggio di intensa oscurità. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Lawrence, G. W. (2001). Social dreaming. La funzione sociale del sogno. (F. Paparo & F. Forquet, Trad.; C. Neri, Ed.). Roma: Borla.
Liccardo, T. (2025), Social Dreaming Matrix. I contesti dell’intervento. Milano: FrancoAngeli.
Mancia, M. (2004). Cesar e Sara Botella (2004). La raffigurabilità psichica. Rivista di Psicoanalisi, 50. Roma: Borla.
Pontalis, J.-B. (2001), Finestre. Roma: Edizioni.
Riolo, F. (2023). Sul metodo psicoanalitico. SPIweb.https://www.spiweb.it/la-cura/lezione-magistrale-di-nando-riolo-sul-metodo-psicoanalitico/
[1] “Kataware doki” è un termine inventato di origine giapponese che si può tradurre in “crepuscolo”. Deriva dalle parole “kataware”, che significa “un lato” o “un frammento”, e “doki”, che si riferisce a “tempo”. Insieme, la frase descrive il momento della giornata in cui il mondo sta passando dal giorno alla notte, creando un’atmosfera che non è né completamente l’uno, né completamente l’altra, ma che con-tiene e integra le due parti solitamente vissute e concepite nella loro separatezza.
